La mandorlicoltura, nella provincia di Agrigento, all'inizio del secolo scorso, insieme alla vite ed all'olivo, ha risollevato l'isola dallo stato di prostrazione economica e sociale in cui era stata costretta da secoli di regime latifondistico.

La coltivazione del mandorlo viene avviata in maniera intensiva sull'intero territorio siciliano all'inizio del secolo raggiungendo la massima diffusione negli anni '60 con circa 200 mila ettari di terreno impiantato a mandorleti. L'azione dell'uomo per impiantare il mandorlo viene a modificare in parte il paesaggio: colline brulle vengono, con dura fatica, terrazzate con muri a secco dove vengono "seminati" delle mandorle amare. Dopo un anno il piccolo alberello di mandorlo veniva innestato.

La diffusione della pianta in Sicilia viene descritta dal Bianca nel 1871 in una monografia nella quale catalogò qualcosa come 752 tipi di mandorle. Ciò dà la misura della vastità della coltivazione.

In questo contesto la parte del leone, secondo i dati storici, la fa la provincia di Agrigento che si inseriva con i suoi mandorli al primo posto come produttore mondiale.

I terreni della provincia impiantati a mandorlo superavano nel 1960 i 37 mila ettari. Un grosso giro di affari che roteava attorno a questa pianta che determinava lo sviluppo di una economia e quindi di benessere per centinaia di famiglie. Non dimentichiamo che nulla veniva perduto. La legna di potatura serviva per alimentare i forni di cottura del pane, il mallo esterno veniva lavorato per ottenere la "scibina", una sorta di sapone molle, il guscio della mandorla serviva per il "riscaldamento" familiare nei bracieri.

Insomma un legame intimo tra le famiglie del territorio con la pianta che consentiva, con le consociazioni grano-leguminose, un reddito annuale per chi coltivava con amore questa rosacea.